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Il Capitano Giuseppe Craveia
di Danilo Craveia
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Quello del Capitano Giuseppe Craveia è un esempio significativo di come i protagonisti e le comparse possano, in alcuni momenti, condividere il palcoscenico della Storia. Nell’accidentato percorso del Risorgimento, il nome di uno sconosciuto si accompagna per qualche passo a quello dei La Marmora e assume, grazie a questa “vicinanza”, un riflesso particolare, un suo bagliore. Ma il Capitano Craveia ha anche una propria visibilità storica, un’esistenza autonoma tramandata e, almeno in parte, nota. Grazie allo studio, avviato ma non concluso, della figura del Capitano Craveia, è già possibile tracciarne qualcosa di più di un abbozzo e delineare i nessi tra un semplice ufficiale e i grandi generali Alessandro e Alfonso La Marmora.

L’atto di morte di Giuseppe Craveia, Capitano d’artiglieria e Cavaliere, consegna laconicamente ai posteri la traccia dell’esistenza di un soldato, esistenza senz’altro simile a molte altre, ma a suo modo intensa e avventurosa. Nato e morto a Tollegno, un villaggio di nemmeno mille anime a un paio di chilometri a nord di Biella sulla sponda destra del torrente Cervo, Giuseppe Craveia avrebbe potuto apprendere a tessere la canapa, l’attività praticata dal padre Bartolomeo, o guadagnarsi da vivere nei campi come sua madre, Caterina Costa. Ma né il telaio né la zappa sono gli utensili di chi sceglie il mestiere delle armi e per Giuseppe Craveia gli attrezzi di lavoro furono i cannoni.

Alle sei e mezzo del pomeriggio del 12 dicembre 1891, munito di tutti i Sacramenti, l’artigliere passò da questa a miglior vita. Morì nel suo letto, nella sua casa (sulla piazza della parrocchiale), nel suo paese e non in battaglia o in un ospedale da campo come era accaduto a suo fratello Giovanni Battista a cui fu fatale una fucilata al braccio rimediata a Novara nel disastro del 23 giugno del ‘49. Quando il parroco don Agostino Borrione gli amministrò l’estrema unzione, Giuseppe Craveia aveva da poco compiuto settant’anni, venticinque dei quali trascorsi in caserma o in guerra. Come si dice un queste circostanze, il trapassato lasciò la moglie, Clara Rebuffa (nativa di Zumaglia, diciassette anni più giovane di lui eppure impalmata, civilmente, già vedova) e una figlia piccola (un’altra era già morta in fasce). Si era congedato nel 1867 e si era sposato l’anno seguente. Per le successive due dozzine d’anni, Giuseppe Craveia aveva fatto il reduce, il militare giubilato, il pensionato del Regio Esercito, il messo comunale e anche il sindaco, dal 1878 al 1883. Stando al necrologio apparso sull’Eco dell’Industria-Gazzetta Biellese, lo scomparso era “un’intelligenza eletta, un patriota esimio”. Più che altro era “figlio delle sue opere” e poteva testimoniare di aver un po’ di fortuna, quella fortuna che gli aveva sempre consentito di salvare la pelle e che lo aveva messo sulla stessa strada percorsa dai La Marmora. Chissà se, in punto di morte, il vecchio capitano riandò a quando fu lui al capezzale di un morente illustre. Assicurano gli eredi che Giuseppe Craveia, all’epoca sottufficiale, fu tra coloro che assistettero all’agonia di Alessandro La Marmora a Kadikoi. Il tollegnese era partito volontario con due suoi compaesani per la guerra della Tauride e appena sbarcato a Balaclava fu designato da Alfonso La Marmora quale suo sergente di ordinanza. La nomina non era stata frutto del caso. Un singolare vincolo legava il figlio di un tessitore al comandate della spedizione sardo-piemontese in Crimea. Un legame non di sangue, bensì di latte. Caterina Costa, la madre di Giuseppe Craveia, allattava figli altrui a pagamento. Quello del baliatico era un modo come un altro per cercare di sbarcare il lunario e Caterina era una delle tante. Nobili e borghesi benestanti consegnavano i propri rampolli in fasce a donne del popolo, sovente dimoranti nei paesi del circondario, disposte a nutrirli al posto delle madri cagionevoli o prive di latte. Qualche volta le nutrici lasciavano il contado e si recavano in città al domicilio dei clienti. Così aveva fatto Caterina Costa, nata nel 1789 e fatta sposa nel 1807. Era andata a palazzo e al suo seno aveva poppato un piccolo La Marmora. Chi fosse il bambino o la bambina poco importa. Quel che conta è che Giuseppe Craveia aveva un “fratello” o una “sorella” di latte di cotanto lignaggio. E’ molto probabile che a Kadikoi, nella tarda primavera del ’55, quella strana e improbabile “parentela” abbia giocato un qualche ruolo e abbia colmato la distanza tra un capopezzo e il capo supremo. Entrato nell’entourage del generale La Marmora, il sergente Craveia aveva le carte in regola per essere presente nella baracca ove il colera stava avendo la meglio sul fondatore dei Bersaglieri. D’altronde anche Alessandro La Marmora poteva conoscere il figlio della balia che doveva essere di casa al Piazzo.

Si ricorda ancora oggidì quell’ufficiale aitante della persona, vestito dell’uniforme antica quando in ogni ricorrenza patriottica sfoggiava le sue numerose medaglie commemorative e di merito”, ancora questo si legge nel trafiletto che ne annunciava la dipartita. E di patacche, il Craveia, ne aveva davvero. C’è una sua fotografia in municipio che lo ritrae in divisa, in posa gagliarda, con tanto di sciabola e chepì su cui spicca il fregio delle bocche da fuoco incrociate. Nella foto si vedono bene le medaglie. Due d’argento al Valor Militare (ricevute per quanto fatto a Novara e a San Martino), quella di Napoleone III e della regina Vittoria d’Inghilterra guadagnate in Crimea, quelle conferite a chi, come lui, aveva semplicemente pestato la pauta e respirato il fumo di cui è impastata l’indipendenza italiana. Soldato di leva nel 1842, il futuro capitano era un tipo tosto. Le motivazioni per le decorazioni ne esaltano il sangue freddo e il senso del dovere. Così si comportò mentre gli austriaci di Radetzky mettevano in fuga i “nostri” alla Bicocca: “Il sergente Craveia, mentre imperversava l’uragano del fuoco nemico in batteria, avendo avuto una ruota frantumata da una palla, con stoica freddezza, faceva procedere al cambio della ruota in batteria, come fosse stato in Piazza d’armi”.

Giuseppe Craveia aveva un piccolo campo dietro la chiesa. Lo ha coltivato fino all’ultimo, un po’ perché non sapeva fare altro, un po’ come passatempo da anziano e un po’ perché la gloria non ha mai sfamato la povera gente. E pensare che aveva visto da vicino i grandi del suo mondo. Forse il suo ultimo pensiero fu per il re. Non il “suo” re, il Galantuomo. Il Craveia può aver pensato a Umberto I, il figlio di Vittorio Emanuele II, che lo aveva accolto nella sua carrozza. Nel 1880 il re transitò per Tollegno diretto a Sagliano dove era atteso per inaugurare il monumento a Pietro Micca. Nella piazzetta del Comune il sindaco, cioè il capitano in ritiro, aspettava di rendere omaggio al sovrano corteo. Inaspettatamente Sua Altezza volle che il militare si accostasse e che addirittura salisse sulla vettura. A quanto risulta, dopo qualche cenno alle guerre combattute, il primo cittadino e il monarca finirono col parlare di soldi, come a dire del vitalizio percepito dal prode combattente in congedo. Al re parve una miseria e seduta stante ne dispose un congruo aumento.

Quella di Giuseppe Craveia, che a Tollegno ha intestata una via e dedicato un brutto cippo, è una storia ancora da scrivere nei dettagli e sono soprattutto i suoi rapporti coi La Marmora a dover essere approfonditi. Il dottor Bardone, nipote dell’intrepido tollegnese, ha salvato la memoria del nonno e ha conservato il suo ricco medagliere. Negli archivi dello Stato altre notizie, oltre a quelle sin qui reperite, aiuteranno a completare il quadro. E, forse, nelle carte dei “quattro generali” nuove antiche parole diranno di quel capitano d’artiglieria che spartì il latte materno coi La Marmora.

 

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