01 cagliari 02 torino 03 biella 04 roma
4 biellesi nel Risorgimento: i fratelli La Marmora alessandro_lamarmora_1 alberto_lamarmora_1 carlo_em_lamarmora_1 alfonso_lamarmora_1






Home > Elzevira La Marmora > Ali all’Italia nel nome di Alessandro La Marmora

English (United Kingdom)
la marmora famiglia
Rivista on-line

canale_youtube

Ali all’Italia nel nome di Alessandro La Marmora
di Danilo Craveia


Alessandro era tornato dalla Tauride nemmeno un anno prima. Come ai tempi di Sebastopoli l’Italia era in guerra, ma questa volta il Turco non era più la vittima delle brame zariste bensì il nemico cui contendere lo “scatolone pieno di sabbia”, per dirla con Gaetano Salvemini, cioè la Libia. Nella primavera del 1912, dopo cinque mesi di sbarchi, cannoneggiamenti, assalti alla baionetta, le cose si stavano mettendo bene, ma non con la rapidità che un avversario così disorganizzato avrebbe consentito. L’occupazione della Cirenaica e della Tripolitania fu la prima guerra in cui trovò impiego l’aviazione e, stando alle cronache degli avvenimenti bellici puntualmente diffuse dall’Agenzia Stefani, il primo “bombardiere” della storia fu un biplano italiano in missione sulle linee berbere. Fu ben presto evidente che quella aerea poteva essere l’arma in più, quella capace di dare agli italiani il vantaggio necessario per chiudere la questione senza procrastinare oltre.

Semplicemente bisognava dotare il Regio Esercito di aeroplani. Il Ministero della Guerra e l’erario non avevano altre risorse da investire e perciò l’iniziativa partì dalla Lega Aerea Nazionale che avviò la sottoscrizione “Pro Flotta Aerea” con lo slogan “Date ali all’Italia”. Nei primi giorni di aprile “appena l’idea venne lanciata, da tutte le cento città d’Italia venne accolta a gara, e s’iniziò una emulazione ammirevole per offrire all’esercito una formidabile flotta aerea di aeroplani, dominatori del cielo e fulminatori dall’alto degli ostinati nemici (“il Biellese”, 12 aprile 1912)”. Il Corriere della Sera versò 50 mila lire, la Regina Madre ne offrì 20 mila e in tutti i maggiori centri del regno si formarono comitati di raccolta delle oblazioni. Ogni aereo avrebbe ricevuto il nome della o dalla città offerente e a quei tempi bastava questa opportunità per innescare una miscela esplosiva di amor patrio e di campanilismo.

Da queste parti Novara fu la più celere. Nel giro di pochi giorni alcuni distinti cittadini novaresi avevano messo insieme 10 mila lire e con quella somma si poteva allestire e armare un velivolo da battezzare, per l’appunto, “Novara”. Tra il Piano e il Piazzo si diffuse un certo malcontento da onore ferito. “Biella – si disse – non dev’essere seconda a nessun’altra nel patriottismo; come primeggia fra molte sotto molti riguardi ed anche per potenzialità economica. Biella adunque dovrà avere il suo areoplano (“il Biellese”, 12 aprile 1912)”. Queste le pugnaci premesse. Ma quale il nome da assegnare all’ali biellesi da dare all’Italia?  

Il ricordo del ritorno delle spoglie del generale morto a Kadikoi, rientrate a Biella nel giugno del 1911 e tumulate in San Sebastiano, doveva essere ancora molto vivo fra i biellesi e l’occasione offerta dalla guerra in corso e dal proposito pubblicizzato dal sodalizio aereonautico nazionale portò a un’ovvia conclusione. Biella avrebbe avuto il suo apparecchio e, proclamò “il Biellese” di venerdì 12 aprile, “la patria del fondatore dei Bersaglieri, non gli potrà dare nessun nome più bello ed entusiasmante di quello d’Alessandro Lamarmora”.

In città l’entusiasmo si concretizzò immediatamente in cospicui donativi. Su “il Biellese” di martedì 16 aprile comparve in prima pagina la lista dei più pronti aderenti. Fu il cav. Federico Petiva a iniziare l’elenco dei sottoscrittori offrendo ben 2 mila lire.

Altre mille il lanificio Giuseppe Rivetti e Figli. Seguirono il sottoprefetto conte Francesco Carandini, il sindaco di Biella ing. Corradino Sella, il cav. Carlo Trossi e suo figlio Felice, l’ing. Francesco Personali, gli avvocati Mecco, Neri e Pistono. E anche una donna: Clotilde Rey Sella, la longeva vedova dello statista Quintino. Quella prima tornata aveva fruttato 3.725 lire. Buon segno.

Ma in quel fine settimana qualcosa era cambiato: il nome dell’aeroplano. Il bisettimanale diocesano motivò laconicamente il mutamento di nominativo, “il quale – pare – invece che il nome di Alessandro Lamarmora, nome biellese ma forse più italiano, porterà il nome di “Biella”, affinché il nome della nostra città non manchi fra i nomi delle città italiane ciascuna delle quali impone il suo nome al velivolo che offre all’Esercito Nazionale”. Semplicemente Alessandro La Marmora, gloria di tutti gli italiani, non poteva essere schierato come eroe esclusivamente biellese.

La celebrità del personaggio giocò contro i suoi concittadini che dovettero ripiegare su “Biella” per denominare il loro contributo alla causa. Malgrado la nuova “identità” dell’apparecchio pervennero nuove e sostanziose offerte e si arrivò, a quanto sembra, alla cifra minima necessaria.

Un trafiletto apparso su “il Biellese” del 14 gennaio 1913 rendeva noto che con suo dispaccio di quattro giorni prima il Ministero della Guerra “è con vero compiacimento che accoglie la proposta di assegnare ad un aeroplano il nome di Biella”. Le poche righe del comunicato si chiudevano col migliore degli auspici: “Sarà sommamente caro per l’esercito di conservare con tal nome il ricordo di una ardita popolazione e l’affetto della Città di Biella”. Ma non è detto che il proposito abbia poi avuto seguito. Il denaro raccolto da queste parti fu devoluto alla Lega Aerea Nazionale che in pochi mesi (la sottoscrizione fu chiusa nell’autunno seguente) riuscì a racimolare in tutta Italia più di 3 milioni di lire dell’epoca, una somma considerevole e più che sufficiente per costituire una flotta di tutto rispetto. Eppure il progetto non fu realizzato. Il felice esito della campagna in Nord Africa, conclusasi proprio nell’ottobre del 1912, spense gli ardori guerreschi e i presupposti per creare una forza aeronautica in grado di incidere sulle sorti di eventuali altri conflitti rimasero tali, tant’è che al terribile appuntamento della Grande Guerra l’Italia si presentò pressoché sguarnita di velivoli da combattimento. 

Ma la storia riserva sempre sorprese e coincidenze inattese. Come a dire che un legame tra Alessandro La Marmora e l’aviazione italiana fu stabilito ugualmente. Il 1° luglio 1912 fu istituito il primo Battaglione Aviatori, nucleo primevo dell’aviazione militare italiana. Caso volle che fosse Torino ad accogliere quelle prime “aquile” che potevano addestrarsi presso il campo di volo di Mirafiori (inaugurato nel 1911 nell’ambito delle celebrazioni del cinquantenario dell’Unità d’Italia). Ma il loro quartier generale, dove si formò anche il noto Francesco Baracca, fu posto nella caserma intitolata ad Alessandro La Marmora. Era dunque destino che il nome dell’ardito e sfortunato combattente biellese risorgimentale fosse legato ai nostri pionieri del volo in armi.

Danilo Craveia

 

Questo sito utilizza Cookie per erogare i propri servizi. Continuando la navigazione l'utente acconsente al loro utilizzo.

Per informazioni si prega di consultare la nostra COOKIE POLICY

 

Copyright © 2017 Generazioni e Luoghi - Archivi Alberti La Marmora. Tutti i diritti riservati.