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A Biella nessun monumento per Alessandro
di Danilo Craveia

Che questa fosse la città dei La Marmora risultava subito evidente al viaggiatore in arrivo a Biella per ferrovia. Uscito dalla stazione, il passeggero si trovava di fronte, sullo sfondo verde dei giardini pubblici cittadini, il generale Alfonso. Fiero il giusto ma dinamico, fermato nel passo che mosse e muoverà all’avanzata, quasi pronto a saltar giù dal basamento. Otto anni dopo essere passato da questa a miglior vita, il fondatore delle “Voloire” ebbe il suo monumento, con tanto di corredo iconografico sbalzato in due bronzi messi lì a bilanciare nella memorazione del grand’uomo l’onor guerresco e la virtù filantropica. Quella collocazione così prestigiosa e rappresentativa, monito e simbolo rivolti al mondo dove Biella cominciava e finiva, non fu a dire il vero l’unica presa in considerazione.

Nel 1885, solo un anno prima che l’effigie a tutto tondo fosse scoperta, il Comune di Biella trattava ancora per acquisire i terreni sul lato occidentale del parco. Quell’area a cavallo dell’odierna via Garibaldi prima di innestarsi nell’ampia via intitolata, guarda caso, ad Alfonso La Marmora (connessione storico-viaria quanto meno curiosa visti i rapporti non proprio amicali intercorsi tra i due generali) apparteneva a tale Bernardo Acquadro che di mestiere faceva il “pirotecnico” e che aveva il suo laboratorio a debita distanza dall’abitato, più o meno dove oggi si trova la Camera del Lavoro. Per ragioni che qui sarebbe troppo lungo spiegare, l’Acquadro stava cedendo quegli appezzamenti che alla fine andarono un pochino alla Città di Biella per rettificare la strada dei Fossi (via Garibaldi) e molto agli Squindo che colà impiantarono la loro moderna fonderia che tre lustri dopo diventerà lo Stabilimento Meccanico Biellese. Una planimetria della zona indica il punto esatto in cui il fabbricante di fuochi artificiali proponeva di far erigere il monumento ad Alfonso Ferrero della Marmora: l’angolo nord-occidentale dell’attuale area verde, all’incrocio tra la suddetta via Garibaldi e il viale settentrionale di piazza Vittorio Veneto. Sito anonimo, negletto, foriero d’inevitabile oblio. Alla fine il milite noto ebbe il posto che merita(va), un posto al sole, baluardo al confine tra la Biella della storia e quella del futuro già passato prossimo.

Per vedere Alberto, invece, bisogna entrare in San Sebastiano, ma il busto del Vela nel transetto dei morti di casa Ferrero se non altro attesta che qualcuno (Quintino Sella) aveva a cuore il destino della memoria del soldato, del politico e dello scienziato. L’esploratore innamorato è stato riscoperto ultimamente dopo un secolo e mezzo di modesta attesa. Il basso e paziente profilo dei veri giganti.

Carlo Emanuele, il primogenito dei quattro generali, non è personaggio da monumenti. Fu, come si direbbe oggidì, un “uomo delle istituzioni” e come tale sacrificò la forma alla sostanza di una lealtà all’amico e “cugino” Carlo Alberto che regge a tutti i confronti. E all’ombra delle sovrane (s)fortune fu comunque lui a dare una prospettiva dinastica alla famiglia. Ma verrà pure il suo turno e, forse, la posterità scoprirà nel meno conosciuto dei fratelli fondate ragioni per tramandarne vita, morte, opere e pensieri.

Non resta che celebrare Alessandro, il bersagliere. Il ferito di Goito. Il caduto, il sepolto a lungo illacrimato. L’eroe. Non stiamo a sottilizzare sul colera che non è una sciabolata di un cosacco sui bastioni di Sebastopoli o una fucilata sulle sponde del fiume Cernaia: morire in guerra è morire in guerra e tanto basta. Eppure. Eppure quello che avrebbe avuto tutte le carte in regola, pieno titolo e sacrosanto diritto per guardarci tutti dall’alto, quanto meno da un piumato mezzo busto su cospicuo piedistallo di pietra, ha avuto niente. Certo, a Torino c’è eccome un bel monumento. Il lavoro a quattro mani di Giuseppe Cassano e Giuseppe Dini realizzato nel 1867 era ed è il tributo della “capitale” e della Patria a un figlio prode, ma anche il segno dell’onta della sua piccola patria, Biella, che non ne ha saputo elaborare e monumentalizzare il ricordo. Perché? Perché Alfonso emanava una luce troppo forte, vivo e (quasi) invitto fino alla fine, mentre quella di Alessandro, in “esilio” tombale in Crimea, era fioca? Perché i meccanismi provvidenziali dell’agiografia laico-risorgimentale agivano per vie misteriose e non tutti, anche se si chiamavano Alessandro Ferrero della Marmora, riuscirono a salire sugli altari? In verità un tentativo ci fu, ben prima della posa di quell’inutile cippo in San Sebastiano nel 1936 al ricorrere del centenario della fondazione dei bersaglieri (con l’inevitabile rimando al bersagliere che fu Benito Mussolini). E ancor prima che la vecchia piazza d’la Dus fosse nominata a lui e l’affilato bersagliere all’assalto alla baionetta rammentasse ai biellesi che l’Alessandro era uno dei nostri. Il tentativo non approdò a nulla, ma val la pena di raccontare come andarono le cose. Forse, tra le righe, si può incontrare anche qualche novità e alcune mezze risposte alle domande di cui sopra.

In mancanza di documenti ufficiali si deve seguire la vicenda sui giornali, anzi sul bisettimanale “L’Eco dell’Industria – Gazzetta Biellese” che coprì la notizia o, meglio, l’evolversi di una situazione per certi versi curiosa. Giorno di San Valentino del 1892. In prima pagina, al fondo, comparve il titolo: I resti di Alessandro Lamarmora. Le prime righe devono aver fatto un certo effetto e, a distanza di più di un secolo, lo fanno ancora: “Mentre si riteneva perduta ogni traccia della salma del fondatore del Corpo dei Bersaglieri, Alessandro Lamarmora, ora dietro indagini della Società che da lui s’intitola, si è venuti in cognizione che la salma del Generale si trova sepolta in una cassa di abete in un punto del monte detto Osservatorio dei Sardi, in Crimea”. Che le spoglie del La Marmora non rimasero nel primo frettoloso sepolcro, poco più di una fossa comune accanto alle tante altre vittime del cholera morbus, era notorio, ma che si ritenesse perduto ciò che restava del suo corpo è un elemento nuovo.

Quando Alessandro morì, la notte tra il 6 e il 7 giugno 1855, non poteva che subire la stessa sorte di una quota significativa del corpo di spedizione del Regno di Sardegna falcidiato dal contagio. Stando a quanto riportato sul sito digilander.libero.it/fiammecremisi/approfondimenti/mortemarmora, “le sepolture piemontesi non vennero raccolte in un solo campo per le difficoltà logistiche della penisola, degli ospedali che raccoglievano i moribondi e della assoluta necessità di liberarsi al più presto della salma”. Il generale fu inumato nel cimitero di Kadikoi. Qualche anno dopo, il Tenente Colonnello Saint Pierre, comandante dei bersaglieri in Crimea e presente alla morte del fondatore, scrisse: “Fui alle tombe di La Marmora, Ansaldi, Montevecchio, San Marzano, che si trovano presso l’ospedale della Marina, sul versante meridionale della montagna, di fronte al Mar Nero. Il luogo, visibile di lontano dal mare, è bene scelto. Vicino e dirimpetto ad esso trovansi le rovine dei porti genovesi. Tale ricordo della patria e della sua dominazione in queste lontane contrade produce quasi l’illusione che i loro resti mortali non sieno in terra straniera. Il monumento è assai modesto, ma ciò non sarebbe un difetto se fosse solido. Le tombe dei nostri valorosi sono collocate sopra una base in muratura larga 4 metri ed alta dal suolo 80 centimetri (ca), al di sopra s’innalza una piramide tronca di 60 centimetri e sulle quattro face di questa vi sono le quattro lapidi sepolcrali in granito colle relative iscrizioni. Una povera balaustra di legno circonda il monumento”. La stessa fonte web afferma che “15 anni dopo il Col. Sironi che visita i luoghi riporta fenomeni di profanazione e distruzione, cosa non riscontrabile nei cimiteri di Francia e Inghilterra che hanno provveduto ad una loro riorganizzazione”. Quindi verso il 1870 la situazione del tumulo primitivo non era buona, ma “trascorreranno altri 10 anni prima che si possa dar vita all’Ossario di Kamari costruito sul monte Hasfort (inaugurato 3 anni dopo e in custodia al Console di Sebastopoli)”. Cioè si arriva ai primi anni Ottanta. A questo punto le competenti autorità sapevano precisamente dove era stato traslato il La Marmora, nel “cimitero racchiudente gli avanzi dei soldati morti in Crimea durante la guerra 1855/56 ed eretto sul poggio denominato Osservatorio dei Sardi (Piemontese prospicente la Cernaia)”, come registrò il conte Pier Eleonoro Negri che testimoniò come nel camposanto vi fossero “vari monumenti speciali, fra cui il principale quello contenente la salma dei Generali: Alessandro Ferrero della Marmora, Giorgio Ansaldi e Rodolfo Gabrielli di Monte vecchio, e del Capitano di artiglieria Asinari di S. Marzano e Caraglio (in un angolo del recinto)”. Il cimitero era vigilato da un guardiano che viveva in una casupola adiacente, ma negli anni successivi si verificarono ugualmente alcuni episodi di vandalismo. Forse furono questi a provocare i timori di una dispersione dei resti del generale. Altrimenti come si spiega l’incipit del trafiletto apparso sul foglio biellese? Quel breve articolo però riserva altre sorprese. “La salma del Generale Lamarmora è perfettamente riconoscibile. Essa conserva ancora gran parte dei capelli e l’intero pizzo”. Questa asserzione presuppone un’ispezione alla bara: chi si prese la briga di raggiungere la Tauride per sincerarsi dello stato di conservazione del cadavere a distanza di trentasette anni dal decesso? Al momento di questa presunta spedizione non si sono reperite testimonianze, a meno che qualcuno già sul posto non abbia visionato il sepolcro e non abbia comunicato alla Società degli ex-Bersaglieri di Roma che tutto era come doveva essere. Non proprio tutto. La nota stonata era, evidentemente, che Alessandro non poteva né doveva restare per sempre in Crimea. Infatti la predetta Società degli ex-Bersaglieri “sta adoperandosi per il rimpatrio delle ceneri, le quali dovranno essere tumulate nei Sepolcreti della nobil famiglia Lamarmora, nella Chiesa si San Sebastiano in Biella”. I “figli” in armi o in congedo di Alessandro La Marmora desideravano riportare a casa il loro “papà” e solo lo spirito di corpo poteva avviare il processo che si concluse felicemente solo nel 1911. A questo punto viene da chiedersi perché non ci pensarono prima, perché non l’Esercito, perché non Alfonso medesimo o il nipote Vittorio, impegnato laggiù come comandante del porto di Balaklava, perché non subito al rientro del contingente. Forse Alessandro avrebbe voluto rimanere coi suoi soldati ed è una motivazione più che forte, ma il potere attrattivo di San Sebastiano e la caratura del personaggio avrebbero forse potuto indurre a un più precoce e diverso esito dell’annosa questione, tuttavia questi resteranno quesiti senza risposta. Comunque i determinati ex fanti piumati si mossero costituendo un’apposita commissione incaricata di perorare di fronte al Re e a tutti i ministri competenti la causa del rimpatrio del La Marmora. Tra i componenti del ristretto nucleo operativo era stato chiamato il sindaco di Biella, all’epoca il notaio Camillo Guelpa.

L’iniziativa annunciata dai bersaglieri a riposo suscitò però un altro effetto e, dopo questa lunga premessa, è ora di parlare del tentato monumento. Il 13 marzo 1892, sulla stessa testata locale fu pubblicato un succinto comunicato portante l’avviso di una riunione, indetta per quella stessa mattina in municipio, nella quale sarebbe nato il “comitato definitivo che raccolga le offerte e provveda per l’erezione di un monumento ad Alessandro Lamarmora”. A scanso di ogni possibile equivoco c’era in calce una precisazione niente affatto superflua: “Il Monumento sarà eretto in questa città”. In realtà l’assemblea si tenne una settimana dopo, domenica 20 marzo. Al termine del consesso partì una benaugurale raccolta di denaro, ma l’incontro servì solo a fissare un nuovo appuntamento motivato dalla riconosciuta necessità di estendere l’invito a partecipare al maggior numero possibile di associazioni ed enti potenzialmente interessati al progetto.

L’entusiasmo e la volontà di allargare la base già nascondeva, forse, la fragilità del sodalizio che poteva contare su una “devozione” verso Alessandro La Marmora non così condivisa e profonda. Come a dire che, malgrado un inizio confortante, l’obbiettivo non era così vicino come poteva apparire.

Il 9 aprile arrivò un colpo duro quanto imprevisto. A infliggerlo fu, udite udite, Tommaso Ferrero della Marmora, figlio di Carlo Emanuele, ormai estrema propaggine genealogica maschile della casata. La lettera aperta inviata al cavalier Guelpa e a “Eco dell’Industria – Gazzetta Biellese” fu subito piazzata in prima pagina. A una rapida lettura può sembrare un concentrato di indelicatezza, di ingratitudine, di scarso affetto e di poco riguardo per lo zio morto lontano nel tempo e nello spazio e di ancor più greve insensibilità per i sentimenti di coloro che vedevano in Alessandro La Marmora un esempio e un riferimento “spirituale” da concretare in una rappresentazione monumentale. Rappresentazione monumentale che andava realizzata qui, a Biella, e non più altrove. Ma nelle parole di Tomaso c’è altro e il tono è quello di chi sapeva bene di cosa stava scrivendo con la consapevolezza di rischiare molto di essere travisato e tacciato di meschinità d’animo e di sicumera. Il marchese era stato ammalato e non aveva potuto intervenire prima nello sviluppo degli avvenimenti, ma ritornato in salute non attese oltre. “Sicuramente io riconosco il gran merito di detto mio zio, ma trovo che il volergli fare un altro monumento sia una esagerazione; esiste già sotto il portico del Municipio una lapide che onorevolmente lo ricorda, e mi pare che basti. Del resto un bel monumento, migliore di qualunque altro, il generale Alessandro lo ha nel Corpo stesso dei Bersaglieri, che è diventato il tipo del soldato italiano; ogni qualvolta si vuole in un disegno rappresentare l’Esercito italiano, si raffigura il Bersagliere. A mio debole avviso dunque, non sarei favorevole al monumento. Se per onorare la memoria del Generale predetto, si crede di fare una qualche sottoscrizione, la si faccia a pro’ dell’Opera Pia Fondazione Lamarmora, già istituita dal fratello Alfonso”.

Davvero era di così fondamentale importanza erigere quel monumento? Trovare a fatica un ingente capitale da ridurre, infruttuoso, in un blocco di marmo e in una scultura di bronzo: gli stessi denari avrebbero consentito alla Fondazione La Marmora di aiutare molta povera gente. Lo schivo generale avrebbe apprezzato le indicazioni del nipote e la buonanima dell’Alfonso avrebbe gradito a sua volta. Tanto più che la Biella di allora e, nello specifico, le associazioni combattentistiche, le istituzioni pubbliche (“sarebbe pericoloso ricorrere al Municipio di Biella, le cui finanza stremate non offrono margine”, scriveva in calce alla missiva l’ignoto articolista de “L’Eco”) e anche la borghesia medio-alta, che potevano dimostrarsi sensibili all’istanza monumentale, non erano in grado di sostenere spese non strettamente necessarie. “La lettera dell’illustre nostro concittadino Marchese Tommaso Della Marmora giunge in buon punto a distogliere i promotori da un’iniziativa generosa e patriottica, ma forse precipitata ed imprudente”. L’anonima penna della gazzetta si allineava al pensiero “debole” ma ineccepibile del pragmatico ultimo dei La Marmora.

L’affondo del rappresentante della famiglia non spense del tutto gli ardori di chi fortissimamente voleva il monumento, ma chi decise di proseguire lo fece più che altro per principio. Sulle colonne del solito giornale si poté leggere che il comitato provvisorio, sempre in procinto di diventare definitivo, imperterrito andava avanti per nulla “scoraggiato della poco lieta accoglienza fatta alla sua iniziativa dal marchese Tommaso Della Marmora e dalla cittadinanza”. Lo stesso “L’Eco dell’Industria” biasimava l’intestardirsi di quel manipolo di monumentalisti sopra le righe che il 24 aprile si radunarono come da programma. Il ritrovo iniziò con qualche tafferuglio, ma alla fine fu eletto un direttivo presieduto da Giovanni Battista Serralunga. A questo punto la fonte si interrompe e non è chiaro cosa fu dell’ipotetico monumento e dei suoi strenui sostenitori. Non trovandosi traccia in città di qualsivoglia manufatto riconducibile a quella proposta si può pensare che, persa la spinta iniziale e cassata dallo stesso unico erede del generale, l’idea non abbia avuto corso. E forse fu meglio così. Alessandro rientrò nel 1911 e anche allora non fu monumentalizzato (gli toccò solo un’altra lapide affissa nello scalone del municipio). Il Corpo dei Bersaglieri e i biellesi (e non) che ancora oggi ne onorano la memoria sanno perfettamente dove trovarlo per dedicargli un saluto, anche senza monumento.

 

 

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