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Raffaella Argentero di Bersezio (1770-1828)
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Sposa nel 1786 il marchese Celestino Ferrero della Marmora

Raffaella nasce nel 1770 a Villafranca d’Asti da Niccolò Amedeo Argentero di Bersezio e Luigia Morozzo.
A sedici anni, sposa il marchese Celestino Ferrero della Marmora al quale darà sedici figli di cui la gran parte è raffigurata nel grande dipinto di Pietro Ayres del 1828.
Donna dal carattere fortissimo e determinato, dopo la morte del marito nel 1805 prende saldamente in mano le redini della famiglia e si dispone a cercare gli appoggi necessari alla carriera dei figli.
Nel 1796 le truppe della Francia repubblicana conquistano il Piemonte sotto il comando di Napoleone Buonaparte. Nel nuovo regime di occupazione, anche i La Marmora sono costretti a scendere a compromessi con i repubblicani. Celestino compie una scelta molto particolare allo scopo di mantenere inalterata l’antica devozione dei La Marmora ai Savoia, ottiene cioè che il fratello Tommaso, segua nelle vesti di Scudiere della Regina, la coppia reale in partenza per l’esilio: Tommaso resterà a testimoniare l’antica lealtà dei La Marmora fino alla morte di Carlo Emanuele IV.
Scomparso il marito nel 1805, tra la fine del dicembre 1807 e il gennaio 1808 Raffaella chiede udienza a Napoleone al fine di assicurare un futuro ai figli: il sacrificio fatto dalla famiglia con la missione di Tommaso la fa sentire libera di agire senza  timore.
Raffaella perora la causa della sua famiglia e riesce a ottenere da Napoleone che i suoi figli, Carlo Emanuele  e Alberto, già nell’esercito imperiale grazie ai passi fatti da suo marito Celestino poco prima di morire, progrediscano nella carriera intrapresa. Grazie al prestigio di cui gode per questo suo gesto, riesce a combinare matrimoni vantaggiosi anche per le figlie Cristina ed Elisabetta.
Conduce con oculatezza e mano di ferro l’amministrazione dei beni di famiglia in un periodo di ristrettezze e, non potendosi permettere più di un precettore, si fa carico dell’educazione dei figli, instaurando un sistema di mutuo insegnamento dai più grandi ai più piccoli. Resta vedova a soli 36 anni dopo aver dato alla luce 16 figli di cui tre Polissena (1789), Michele (1794) e Giuseppa (1797) muoiono a pochi giorni dalla nascita; i viventi sono invece Maria Cristina (1787-1851), Carlo Emanuele (1788-1854), Alberto (1789-1863), Maria Elisabetta (1790-1871), Chiara (1791-1816), Enrichetta (1793-1847), Barbara (1795-1832), Alessandro (1799-1855), Edoardo (1800-1875), Ferdinando (1802-1874), Paolo Emilio (1803-1830), Alfonso (1804-1878), Ottavio (1806-1868).  
Dopo la Restaurazione, Raffaella non esita ad avvalersi dell’appoggio del cognato Tommaso, come campione di fedeltà ai Savoia, per far reintegrare i suoi figli nell’esercito del regno sabaudo e anche questa volta la sua iniziativa ha pieno successo. Vive con grandissimo dolore la notizia della condanna del figlio Alberto per i moti del 1821 che considera “una disgrazia” capace di gettare onta sull’intero casato. Durante la vecchiaia viene assistita dalla figlia Barbara e si spegne nel 1828. La sua salma è trasportata nella cripta di San Sebastiano a Biella nel 1830.
 

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