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Elzevira La Marmora
Una famiglia come quella dei La Marmora ha rappresentato e rappresenta, con la sua storia secolare e genealogicamente articolata, un “polo di attrazione” esistenziale, sociale, economico e culturale per altre famiglie e per singoli individui. In altre parole, i destini dei La Marmora si sono naturalmente intrecciati con quelli di altre casate nobili e importanti o con le sorti di persone altrettanto nobili e importanti. Ma una vicenda familiare così lunga e ramificata non poteva non generare vincoli di varia natura e intensità anche con uomini e donne di diversa estrazione sociale, uomini e donne che, per quanto umili, hanno avuto una loro storia parallela, concorde, a tratti convergente e, in alcun punti, intersecante a quella dei La Marmora.

Riscoprire le esistenze di quelle persone, inevitabilmente in ombra o del tutto al buio agli occhi della storiografia tradizionale, può aiutare a far luce tanto sui differenti contesti in cui si sono “mossi” via via gli stessi La Marmora nel succedersi delle loro generazioni quanto su esperienze umane più ordinarie, ma non per questo meno singolari e interessanti.

La dinastia dei La Marmora non può che rivelarsi un complesso e stratificato “insieme intersezione” disegnato anche dai corsi di tante vite più o meno oscure. Per questo motivo il Centro Studi Generazioni e Luoghi deve avere tra le sue ragioni d’essere anche l’impegno nell’indagare e nel far conoscere quelle vite oscure.

“Elzevira La Marmora” è il titolo di questa rubrica dedicata, come gli elzeviri giornalistici, a eventi e personaggi vari, da terza pagina e con un taglio “culturale” ma non saggistico, in orbita La Marmora ma non solo e non troppo.



A Biella nessun monumento per Alessandro
di Danilo Craveia

Che questa fosse la città dei La Marmora risultava subito evidente al viaggiatore in arrivo a Biella per ferrovia. Uscito dalla stazione, il passeggero si trovava di fronte, sullo sfondo verde dei giardini pubblici cittadini, il generale Alfonso. Fiero il giusto ma dinamico, fermato nel passo che mosse e muoverà all’avanzata, quasi pronto a saltar giù dal basamento. Otto anni dopo essere passato da questa a miglior vita, il fondatore delle “Voloire” ebbe il suo monumento, con tanto di corredo iconografico sbalzato in due bronzi messi lì a bilanciare nella memorazione del grand’uomo l’onor guerresco e la virtù filantropica. Quella collocazione così prestigiosa e rappresentativa, monito e simbolo rivolti al mondo dove Biella cominciava e finiva, non fu a dire il vero l’unica presa in considerazione.

Nel 1885, solo un anno prima che l’effigie a tutto tondo fosse scoperta, il Comune di Biella trattava ancora per acquisire i terreni sul lato occidentale del parco. Quell’area a cavallo dell’odierna via Garibaldi prima di innestarsi nell’ampia via intitolata, guarda caso, ad Alfonso La Marmora (connessione storico-viaria quanto meno curiosa visti i rapporti non proprio amicali intercorsi tra i due generali) apparteneva a tale Bernardo Acquadro che di mestiere faceva il “pirotecnico” e che aveva il suo laboratorio a debita distanza dall’abitato, più o meno dove oggi si trova la Camera del Lavoro. Per ragioni che qui sarebbe troppo lungo spiegare, l’Acquadro stava cedendo quegli appezzamenti che alla fine andarono un pochino alla Città di Biella per rettificare la strada dei Fossi (via Garibaldi) e molto agli Squindo che colà impiantarono la loro moderna fonderia che tre lustri dopo diventerà lo Stabilimento Meccanico Biellese. Una planimetria della zona indica il punto esatto in cui il fabbricante di fuochi artificiali proponeva di far erigere il monumento ad Alfonso Ferrero della Marmora: l’angolo nord-occidentale dell’attuale area verde, all’incrocio tra la suddetta via Garibaldi e il viale settentrionale di piazza Vittorio Veneto. Sito anonimo, negletto, foriero d’inevitabile oblio. Alla fine il milite noto ebbe il posto che merita(va), un posto al sole, baluardo al confine tra la Biella della storia e quella del futuro già passato prossimo.

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Ali all’Italia nel nome di Alessandro La Marmora
di Danilo Craveia


Alessandro era tornato dalla Tauride nemmeno un anno prima. Come ai tempi di Sebastopoli l’Italia era in guerra, ma questa volta il Turco non era più la vittima delle brame zariste bensì il nemico cui contendere lo “scatolone pieno di sabbia”, per dirla con Gaetano Salvemini, cioè la Libia. Nella primavera del 1912, dopo cinque mesi di sbarchi, cannoneggiamenti, assalti alla baionetta, le cose si stavano mettendo bene, ma non con la rapidità che un avversario così disorganizzato avrebbe consentito. L’occupazione della Cirenaica e della Tripolitania fu la prima guerra in cui trovò impiego l’aviazione e, stando alle cronache degli avvenimenti bellici puntualmente diffuse dall’Agenzia Stefani, il primo “bombardiere” della storia fu un biplano italiano in missione sulle linee berbere. Fu ben presto evidente che quella aerea poteva essere l’arma in più, quella capace di dare agli italiani il vantaggio necessario per chiudere la questione senza procrastinare oltre.

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Il Capitano Giuseppe Craveia
di Danilo Craveia
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Quello del Capitano Giuseppe Craveia è un esempio significativo di come i protagonisti e le comparse possano, in alcuni momenti, condividere il palcoscenico della Storia. Nell’accidentato percorso del Risorgimento, il nome di uno sconosciuto si accompagna per qualche passo a quello dei La Marmora e assume, grazie a questa “vicinanza”, un riflesso particolare, un suo bagliore. Ma il Capitano Craveia ha anche una propria visibilità storica, un’esistenza autonoma tramandata e, almeno in parte, nota. Grazie allo studio, avviato ma non concluso, della figura del Capitano Craveia, è già possibile tracciarne qualcosa di più di un abbozzo e delineare i nessi tra un semplice ufficiale e i grandi generali Alessandro e Alfonso La Marmora.

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